Crescere all’aperto, imparare con il mondo intorno.

Educare non significa solo trasmettere conoscenze, ma creare esperienze capaci di lasciare un segno duraturo. In un tempo in cui l’apprendimento è spesso confinato tra quattro mura, il rapporto diretto con la natura torna ad assumere un ruolo centrale, soprattutto nel percorso di crescita dei più piccoli.

Il contatto con l’ambiente esterno non è solo un momento di svago, ma un vero e proprio strumento educativo, supportato oggi anche da numerose ricerche scientifiche. Stare all’aperto significa sviluppare attenzione, empatia, senso di responsabilità e consapevolezza. È un’educazione che coinvolge la mente, ma anche il corpo e le emozioni.

Abbiamo scelto di pubblicare il contributo che segue perché racconta l’esperienza di chi la scuola la vive ogni giorno, con uno sguardo che unisce razionalità e sensibilità. Una riflessione che parla di bambini, natura e futuro, e che trova nel verde un alleato fondamentale del percorso educativo.

Educare all’aperto, tra ragione e cuore.
Sono sempre stata una persona interessata alla natura e all’educazione all’aperto. Per un periodo della mia vita, il contatto tra bambini e ambiente naturale era legato soprattutto ad iniziative episodiche promosse da associazioni ambientaliste o naturalistiche, con l’obiettivo di far conoscere il territorio attraverso uscite occasionali. Erano esperienze preziose, ma marginali rispetto alla vita scolastica quotidiana.
Immaginare che l’educazione in natura potesse diventare pratica regolare, parte integrante del tempo scuola, ha cambiato il mio sguardo ed ho deciso di intraprendere il lavoro da maestra. Non si trattava più di “andare fuori ogni tanto”, ma di offrire ai bambini situazioni di apprendimento ripetute nel tempo, con la possibilità di osservare cosa accade nel lungo periodo: nelle relazioni, nell’attenzione, nella curiosità, nella capacità di osservare il mondo.
Non ho potuto realizzare subito ciò che immaginavo, perchè il lavoro di insegnante richiede tempi lunghi di adattamento e di inserimento, questo, però, non mi ha mai tolto l’interesse di approfondire i metodi educativi delle scuole all’aperto che, seppur lentamente, prendevano sempre più piede in Italia (sopratutto nel nord) e di informarmi sulle basi scientifiche delle loro scelte.
Entrando nel mondo della psicologia ambientale e dell’outdoor education, mi sono trovata davanti a visioni molto diverse: i “puristi” della scuola nella natura, che parlano di sacralità e immersione totale, e approcci più moderati; insegnanti favorevoli alle attività all’aperto ma preoccupati di “togliere tempo alla scuola”, altri che escono ma portando libri e quaderni per svolgere esattamente la lezione programmata. Troppe idee, troppi modi di fare. Cercavo certezze, e pensavo che potessero arrivare solo dalla ricerca scientifica.
Nel frattempo continuavo a fare la maestra, portando i miei alunni sul territorio in cerca di apprendimenti, ma con un dubbio costante sull’efficacia di ciò che proponevo.
Una svolta è arrivata quando, proprio qualche giorno fa, mi è capitato di leggere l’abstract dell’articolo “Nature deficit in the context of forests and human well-being: a systematic review”, scritto dalla ricercatrice polacca Natalia Korcz, pubblicato nel 2025 sulla rivista Forests.
Natalia Korcz approfondisce, in un quadro di ricerca accademica, il concetto di “deficit di natura”, termine reso noto da Richard Louv, autore e giornalista statunitense, nel libro: “Last Child in the Woods: Saving Our Children from nature Deficit Disorder”(2005), in cui si parla della crescente distanza tra ambiente naturale e esseri umani, soprattutto bambini.
Nello specifico, l’autrice analizza studi scientifici sugli effetti del contatto con la natura su salute fisica, mentale e sociale, mettendone in risalto i benefici: riduzione dello stress, miglioramento dell’attenzione, sostegno allo sviluppo cognitivo e socio-emotivo.
Di questo articolo mi hanno colpito, più dei risultati, i limiti della ricerca che sono stati evidenziati:
• mancano strumenti standardizzati per “misurare” il deficit di natura;
• molti studi hanno campioni piccoli;
• prevalgono misurazioni soggettive (questionari, auto-valutazioni);
• nei contesti naturali è difficile controllare le variabili come in laboratorio;
• mancano ricerche di lungo periodo e studi che considerino differenze culturali e gestione
sostenibile degli ambienti.
Il campo è dunque emergente, ancora in costruzione. La scienza, con il suo rigore, fatica a definire con precisione un fenomeno complesso, che coinvolge corpo, emozioni, contesto, relazioni. Eppure, allo stesso tempo, l’esperienza del benessere in natura è qualcosa che moltissime persone riconoscono immediatamente: il respiro che si calma, i pensieri che rallentano, il corpo che si distende.
Qui ho compreso un passaggio fondamentale: non si tratta di scegliere tra ragione e cuore.
La ragione scientifica è necessaria per non trasformare un’intuizione in ideologia, per costruire strumenti migliori, ricerche più solide, pratiche più consapevoli. Ma l’esperienza vissuta è una forma di conoscenza altrettanto reale, radicata nel sistema nervoso e nella storia evolutiva dell’essere umano. La scienza può dire: “non abbiamo ancora strumenti perfetti per misurarlo”. La persona può dire: “so come mi sento quando entro in contatto con la natura”. Le due affermazioni possono coesistere.
Da questa consapevolezza nasce la mia scelta educativa. Il mio obiettivo non è solo portare i bambini in natura, ma aiutarli ad apprendere con la natura. Nel primo caso, la natura è il contesto. Nel secondo, diventa partner dell’apprendimento: i cicli stagionali, le tracce degli animali, il vento, il suolo, le relazioni tra esseri viventi entrano a far parte del processo conoscitivo.
La mia risonanza personale con la natura non è un dettaglio privato, ma il motore del mio stile di insegnamento. È ciò che mi spinge a cercare un’educazione che non informi soltanto, ma che aiuti
i bambini a sentirsi parte del mondo vivente. La ricerca scientifica continua a offrire strumenti, conferme, domande aperte, l’esperienza, intanto, continua a mostrarmi che quando l’apprendimento passa anche dal corpo, dai sensi e dalla relazione con l’ambiente, qualcosa cambia in profondità.
Forse è proprio in questo incontro tra rigore e risonanza che può nascere una pedagogia biofila, un’educazione capace di coltivare conoscenza, ma anche appartenenza; una prospettiva che ha cominciato ad allegerirmi dal pensiero costante di mettere troppo in dubbio il modo di insegnare in natura e con la natura.— Maestra biofila Stefania Feola

La testimonianza che avete appena letto ci ricorda quanto il rapporto con la natura non sia un’aggiunta al percorso educativo, ma una sua parte essenziale. Educare all’aperto significa restituire ai bambini il tempo dell’osservazione, della scoperta e della relazione con ciò che li circonda.

Come magazine, crediamo che raccontare queste esperienze sia un modo concreto per costruire cultura ambientale. Dare spazio a voci educative significa seminare oggi una maggiore consapevolezza, affinché il rispetto per il verde non nasca da obblighi, ma da una relazione autentica costruita fin dall’infanzia.

Perché prendersi cura della natura, in fondo, è anche un modo per prendersi cura delle persone che la abiteranno domani.

Data Pubblicazione 01/02/2026.

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