Bobo nero o coleottero? Riflessioni di “nomenclatura pedagogica”.

Durante le uscite in territorio con i miei alunni porto con me due strumenti invisibili: la curiosità e la voglia di dar nome alle cose.
La prima nasce spontanea. La seconda è intenzionale.
Quando camminiamo lungo un sentiero o nel prato vicino alla scuola, lascio i bambini liberi di osservare e di trovare ciò che li stupisce.
È bellissimo aspettare il primo bambino che esclama la sua scoperta e vedere tutti i bambini raggrupparsi a lui con vivacità. Sono momenti in cui mi lascio coinvolgere dall’entusiasmo. Mi metto in attesa di sentire il nome di ciò che stanno osservando. Qualche nozione gliel’ho insegnata: la differenza tra un ragno e un insetto, tra una pianta erbacea e una legnosa...eppure puntualmente sento esclamazioni tipo questa:
“Maestra guarda! Un bobo nero sul pisciacane vicino a una bruca! Attenta alla strillagine però!”
Io sorrido. Ormai da brava “romana aretinizzata” ho imparato a capire che si tratta di un coleottero sopra un tarassaco vicino ad una larva e che devo stare attenta a non toccare l’ortica.
È buffo notare la differenza tra chi cresce immerso nella campagna e chi invece viene dalla città.
I primi instaurano con la natura un rapporto intenso e di confidenza, tanto da attribuire soprannomi affettuosi a ciò che vedono; i secondi la guardano con distanza, forse con una certa formalità, come due amici che si salutano con un “Ciao vecchio mio!” rispetto a chi dice semplicemente “Buongiorno”.
Eh no...purtroppo io non sono cresciuta a stretto contatto con la natura e di “soprannomi” ne conosco ben pochi e, al posto di quel mio alunno, potrei soltanto limitarmi a dire: “Ho visto un bacarozzo”.
Il mio intento non è soltanto osservare, ma nominare correttamente ciò che osserviamo. Le parole non sono semplici etichette: sono strumenti cognitivi. Definiscono, distinguono, organizzano il mondo. Collocano un organismo dentro una categoria con caratteristiche definite (elitre, antenne, apparato boccale). La parola diventa contenitore di informazioni.
Quando un alunno distingue un insetto da un aracnide o una pratolina da una margherita, sta esercitando competenze logiche fondamentali poiché la classificazione è un’operazione mentale complessa, implica: osservazione, confronto, astrazione e ci insegna a parlare un linguaggio universale.
Perciò, la mia precisione linguistica non è pedanteria: è attenzione.
Voglio insegnare a dare i nomi come atto di cura, perché in fondo dietro ogni parola precisa c’è un modo più profondo di abitare l’ambiente.
E io penso che forse l’obiettivo non è sostituire un linguaggio con un altro, ma farli dialogare; portare il bambino dal mondo affettivo del “bobo” alla consapevolezza del “coleottero”, senza perdere lo stupore.
Quando un alunno riconosce un “acero campestre” invece di un generico “albero”, il suo sguardo cambia: diventa più attento, meno distratto.
La precisione linguistica affina lo sguardo.
E uno sguardo affinato è il primo passo verso la tutela.
L’obiettivo non è cancellare il linguaggio popolare. È ampliarlo.
E allora, la nomenclatura in pedagogia serve a questo:
non a imporre una parola, ma a offrire una chiave di lettura del mondo.
Data Pubblicazione 18/02/2026.




