“Dati scientifici” vs “dati dell’esperienza”.

C’è una cosa difficile da far capire ai bambini: non sempre la natura corrisponde al loro immaginario, come può accadere nell’esperienza della semina.

Bella, l’attività della semina…

Il bambino sceglie la terra giusta, riempie il suo vasino, ma non troppo; seleziona i suoi semini (di tagete, precisamente), li interra, aggiunge ancora un po’ di terra, poi un po’ d’acqua e infine il tempo dell’attesa. Aspetta, aspetta che dalla terra sbuchi il primo germoglio.

Dopo un paio di settimane, il germoglio del suo compagno fa capolino. “Bene”, pensa, “a breve toccherà a me”. Passano altri giorni e spunta il germoglio di una sua compagna, e poi di un altro ancora. “Mmmh… non importa, farò parte di quelli dopo”. Aspetta ancora, ma niente: non è ancora il turno della sua piantina, mentre quelle degli altri continuano a crescere.

Così, mentre le schede di osservazione dei suoi compagni si riempiono di dati sulla lunghezza dello stelo, sulla forma delle prime foglioline, sui cambiamenti settimanali, la sua riporta sempre la stessa annotazione: situazione invariata.

Bella, sì, l’attività della semina, ma mica per tutti…

Il viso di quel bambino non esprime più la gioia dell’attesa, ma il broncio di un fallimento: “Perché a me no e agli altri sì?”

Ed ecco che entro in scena io, come una figura da palcoscenico, sicura di sé, gonfia di certezze, pronta a dire la battuta che dovrebbe aggiustare tutto:

“Vedi, non sempre le cose in natura vanno come ci aspettiamo. A volte un seme cresce, altre volte no. Non è perché è andata male: è solo qualcosa che può succedere. Anche questo è un dato scientifico. Dobbiamo provare a capire perché non è germogliato e quali variabili possono aver influito.”

Eh sì… d’altra parte è ciò che si studia: molti approcci nella didattica delle scienze naturali sottolineano proprio questo aspetto. In biologia, un esito non è “positivo” o “negativo”, ma il risultato di condizioni variabili e interdipendenti. In questo senso, anche un germoglio mancato è un dato scientifico, perché informa sulle condizioni non ottimali, non su un “errore della natura”.

Anche Jerome Bruner, psicologo cognitivista della seconda metà del ’900, sostiene un’idea coerente con questo approccio: ciò che non accade non è un fallimento, ma un’informazione utile per riorganizzare le proprie ipotesi sul mondo.

Con la convinzione di chi ha studiato e sa, rimango a fissare il viso ancora imbronciato del mio alunno. Aspetto che le sue sopracciglia si rilassino, che gli occhi si allarghino, che gli angoli della bocca si sollevino… e invece niente di tutto ciò. E, mentre comincio ad avvertire anch’io la frustrazione — come chi non ha assistito alla nascita del proprio germoglio — il bambino, rassegnato, mi dice uno sconsolato: “Va bene”.

Non so se fosse un “va bene” convinto. Mi sembrava piuttosto un “va bene” rivolto a una figura adulta che, con la sua sicurezza, tenta di mettere ordine alle emozioni dell’altro, seppur in buona fede.

Guardo i suoi occhi ancora un po’ spenti e propongo:

“Sai che facciamo? Domani interriamo dei semi di fagiolo!”

Il buon vecchio fagiolo non delude mai… su tre semi, almeno due germogliano sempre!

Il mio alunno, forse, aveva trovato il modo di accettare quell’evento come un dato scientifico, ma io non potevo accettare che nel suo cuore restassero, per sempre, dei semi non germogliati.

Data Pubblicazione 11/05/2026.

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