Ci sono incontri capaci di cambiare il corso di una vita e trasformare una semplice curiosità in una passione destinata a diventare una professione. È quanto accaduto a Edoardo Rebay, paesaggista che, partendo da Milano, ha costruito il proprio percorso attraverso esperienze in Italia e all'estero, fino ad arrivare in Patagonia, dove oggi porta avanti la sua attività di progettazione e ha recentemente aperto un vivaio.
La sua storia racconta un modo di interpretare il paesaggio che va oltre la ricerca della bellezza estetica, per abbracciare una visione nella quale natura, biodiversità e benessere delle persone diventano elementi inseparabili. Dai giardini privati ai grandi spazi pubblici, ogni progetto rappresenta un'occasione per restituire valore ecologico al territorio e creare nuove connessioni tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda.
Percorso e visione
D
Come è nato il suo percorso professionale nel mondo del paesaggio?
R
Il mio percorso nel mondo del paesaggio è nato da un incontro durante il mio ultimo anno di liceo a Milano. In quegli anni stavo correndo in bici ed un giorno un compagno di squadra che frequentava il mio stesso liceo mi invitò a casa sua; era uno dei figli del paesaggista Vittorio Peretto.
Ricordo che ci sedemmo attorno al tavolo del salotto di casa sua e tirò fuori dei bellissimi disegni a mano di progetti russi ai quali stava lavorando, mi diceva che aveva imparato il russo e che in Italia stava lavorando in Toscana progettando di giardini con basso fabbisogno d'acqua (anni dopo scoprì che erano i giardini di BotanicalDryGarden ad Orbetello!).
Io non pensavo neanche che esistesse questo tipo di lavoro, mi piacque così tanto che decisi che sarebbe stata quella la mia strada; ricordo che durante l'esame di maturità quando mi veniva chiesto che cosa avrei voluto fare dopo il liceo rispondevo “il paesaggista”.
Inizialmente cominciai la mia carriera come giardiniere sul Lago di Garda dopo aver studiato giardinaggio alla Scuola Agraria del Parco di Monza poi tornai alla Scuola per studiare paesaggismo, finito il percorso andai a fare un ulteriore corso in Irlanda dove lavorai prima come giardiniere e poi come paesaggista.
Progettavo giardini condominiali e qualche privato e dopo due anni e mezzo di residenza nel paese tornai in Italia per studiare architettura al Politecnico di Milano nella sede di Piacenza dove lavorai come paesaggista per poi tornare a Milano e lavorare per circa due anni in uno degli studi di paesaggio più grandi della città.
Ho avuto brevi esperienze di lavoro in Portogallo ed in Brasile prima di arrivare dove mi trovo adesso a Fuerte San Javier, un piccolo comune vicino a Viedma, la capitale della Patagonia dove da poco ho aperto un vivaio continuando a lavorare come paesaggista.
D
C’è stato un progetto o un incontro che ha influenzato particolarmente il suo modo di progettare?
R
Si, a parte quello appena descritto con Peretto, un altro grande che mi ha influenzato enormemente è stato Paolo Villa, altro paesaggista milanese che conobbi alla Scuola Agraria di Monza quando mi iscrissi per frequentare il corso di progettazione del paesaggio.
Mi incantava la sua filosofia di progetto, come interpretava il sito di progetto e come poi lo trasformava, vedere come un semplice spazio vuoto potesse diventare un luogo importante e che i suoi nuovi spazi potessero comunicarti sensazioni ed emozioni anche senza parole.
Villa in classe ci mostrò i progetti di Burle Marx che mi influenzarono visceralmente, questo fu un personaggio che mi inspirò tantissimo, tanto che mi studiai la sua storia ed andai in Brasile a visitare i suoi giardini, parchi ed il suo famoso Sitio Burle Marx appena fuori Rio; come referenza di progetto all'università portavo sempre il Parque del Este di Caracas, mi entusiasmava il fatto che avesse pensato di lasciare tanto spazio alla natura e le forme organiche che aveva disegnato per i laghi.
In ogni suo progetto mi incantavo con la geometria e le forme scelte per ogni ambiente che non necessariamente erano curvilinee, lavorava molto bene anche sulle diagonali e sulla stondatura dei bordi.
Quando fui a Copacabana camminai in lungo ed in largo studiando ogni disegno, ogni colore e dove aveva di collocarlo e perché dando la mia propria interpretazione, penso che i suoi giardini facciano emergere delle emozioni particolari indipendenti a chi le guarda e li vive.
Devo dire che ogni anno c'è qualcosa che mi segna, qualcosa che mi accende quando visito altri progetti, viaggio o incontro persone che mi fanno riflettere su temi nuovi per me. Potrei parlarvi di molti altri incontri che mi hanno influenzato però mi fermo qui.
D
Cosa significa per lei progettare il paesaggio oggi?
R
Se all'inizio consideravo progettare il paesaggio come qualcosa di puramente estetico oggi invece la penso diversamente. Quando iniziai pensavo che il mio lavoro non avrebbe dato un apporto considerevole alla lotta al cambiamento climatico, la vedevo più come un miglioramento del comfort urbano dal punto di vista del umore perché è “bello” il verde.
Con il passare degli anni e con il lavoro mi sono reso conto che avrei potuto fare qualcosa di più, ho scoperto che anche io potevo fare la mia parte e disegnare giardini che potessero aumentare il valore ecologico e che, come mi disse un prof all'università, “il paesaggio arriva ovunque!”. Rividi le “mie” classiche metodologie di progettazione e a cominciai a disegnare giardini che potessero essere più resilienti mettendo in contatto le persone con la natura.
Oggi per me progettare il paesaggio significa difendere la natura, diffonderla aumentando le interazioni tra uomo e natura, dobbiamo aumentare le connessioni con la natura e fare in modo che non si neghi come spesso avviene in molte città densamente popolate.
Aggiungo che dobbiamo fare in modo che i giardini rispettino l'ambiente, da qualche anno a questa parte mi oppongo all'uso di prodotti chimici per la manutenzione (a meno che non ci siano situazioni molto particolari) e studio tecniche per limitare il più possibile l'uso di acqua.
Il lavoro del paesaggista
D
In che cosa consiste concretamente il lavoro di un paesaggista?
R
Il paesaggista è un pianificatore, coordina una squadra di esperti e si incarica di presentare il progetto alle autorità competenti e al cliente. Si comincia con l'elaborazione di una strategia per il sito di intervento, si passa poi al disegno ed infine si cercano e si coordinano le persone e le aziende più adatte per costruire quello che fin'ora è stato disegnato su carta.
Spesso rispondo a questa domanda dicendo che siamo come i compositori e direttori d'orchestra.
Dobbiamo esaminare i materiali che andremo ad installare, studiare bene le piante ed il clima locale, un buon paesaggista deve aver piantato qualcosa nella vita secondo me, deve capire come funziona il lavoro del giardiniere prima di poter dirigerlo nella costruzione di un giardino.
D
Quali elementi considera fondamentali quando inizia a progettare uno spazio verde?
R
La cosa più importante quando ci si trova di fronte ad un qualsiasi spazio è capire cosa farci, capire cosa i clienti e gli utenti finali chiedono di avere in questo nuovo spazio, verificare se ci sono condizioni affinché un progetto verde possa esistere e se queste non ci sono è bene capire come fare per averle.
È fondamentale l'esposizione solare, le temperature annuali, i venti, il suolo, la vegetazione e le strutture esistenti e soprattutto gli spazi; il verde non deve risultare scomodo come potrebbe essere un albero in mezzo ad un marciapiede, dobbiamo far apprezzare il verde e non farlo odiare.
D
Quali sono le principali difficoltà che incontra nel trasformare un’idea progettuale in realtà?
R
Purtroppo la parte economica... spesso le idee ci sono ma mancano i fondi anche perché il paesaggista non sempre viene chiamato ad inizio progetto ma all'ultimo, quando l'immobile è stato costruito e di fondi ne rimangono spesso pochi (questo può avvenire nell'ambiente privato e pubblico).
Spesso i committenti pensano che le piante costino poco ma non è così, coltivare una pianta necessita di cure e pazienza che ovviamente costano.
Altre difficoltà, non meno importanti, sono quelle legate alla politica e alle divisioni che genera tra persone, sembra spesso che il verde sia legato ad una certa parte della politica alla quale ovviamente risponde la sua opposizione che preme affinché venga fatto il contrario (ossia una bella colata di cemento).
Questo teatro può generare spesso conflitti tra la popolazione e ritardare o annullare i tempi di progetto, a volte bisogna incrociare le dita e sperare di trovare una giunta comunale saggia e lungimirante che punti al bene comune invece che ai voti.
Natura, estetica e funzionalità
D
Come si trova il giusto equilibrio tra estetica, funzionalità e sostenibilità in un progetto di paesaggio?
R
Il giusto equilibrio spesso viene da sé per quanto riguarda la mia esperienza, una volta deciso lo scopo del progetto in questione, discusso ed approvato si va al disegno (è una riserva naturale, un giardino botanico o un'aiuola stradale?).
Durante il disegno tendo a lasciare più spazio alla natura che agli agli spazi per la circolazione e alle strutture architettoniche che limito alle dimensioni minime questo perchè si va in un giardino o parco per osservarne la sua natura e non per i suoi camminamenti; la natura deve essere la protagonista.
Se poi la natura è composta da specie del luogo autoctone, tanto meglio perché esse apportano un alto valore ecologico e sono parte integrante dell'identità paesaggistica locale.
Per far risaltare di più la natura tendo ad usare materiali semplici per i camminamenti come la ghiaia, la corteccia o il cippato e così anche per le strutture, come nel caso dei parchi giochi che preferisco siano in legno piuttosto che in plastica.
È importante, inoltre, che spazi e strutture si relazionino bene con la natura che deve essere attraversata, toccata ma anche rispettata; è importante che ci si possa avvicinare ad un albero per osservarlo, abbracciarlo o dormirci sotto e lo si può fare con un percorso che deve rispettare la natura, non deve essere troppo largo così da sminuire l'importanza dell'albero per fare un esempio.
Quindi il giusto equilibrio si trova lavorando sulle interazioni tra natura, spazi e strutture, una volta che sento che il disegno di partenza è “armonico” nelle sue proporzioni procedo con il disegno parametrico.
D
Quanto è importante conoscere il contesto naturale e storico di un luogo prima di intervenire?
R
È fondamentale conoscere entrambi i contesti: quello naturale è molto importante per capire quali piante siano meglio per il nostro progetto mentre da quello storico si possono ricavare idee progettuali che valorizzino il sito d'intervento riproponendo qualche rimando storico ma anche per capire come chi ci ha preceduto com'è intervenuto e se possibile recuperarne le idee e le strutture che potrebbero facilitarci il progetto.
È importante valorizzare la storia antica del sito ma anche quella presente: un progetto spesso è più apprezzato dalla popolazione locale quando questa viene chiamata a partecipare con idee e sensazioni durante le prime fasi di progetto segnalando cosa per loro è di interesse e come conservarlo.
D
In che modo la scelta delle specie vegetali influisce sulla qualità di un progetto?
R
La giusta scelta delle specie vegetali rende il progetto più resiliente ai cambiamenti climatici, tende ad aumentare la biodiversità locale e le piante autoctone locali faranno sì che il progetto sia sentito come proprio del posto; il verde ed il blu sono i colori più predominano sul nostro pianeta.
Una giusta vegetazione nel progetto permette di avere un giardino resiliente ai cambiamenti climatici, ovviamente bisogna anche calcolare la dimensione finale delle piante messe a dimora affinché non sbordino verso qualche vicino o in aree pubbliche sensibili.
Paesaggio e società
D
Che ruolo ha il paesaggio nella qualità della vita delle persone?
R
Direi che è tutto, viviamo nel paesaggio che non è solo quello che si vede sulle cartoline.
C'è un paesaggio globale che è come se fosse un grande mosaico composto da tantissime tessere che sono il paesaggio locale che ci circonda, tutto quello che facciamo alla nostra tessera si ripercuote sulle tessere vicine e sul mosaico imbruttendolo o abbellendolo.
Tradotto nell'ottica ambientale significa togliere o aggiungere valore ecologico; sta noi decidere, ogni azione modifica la nostra tessera migliorando o peggiorando la nostra qualità ecologia e quindi la nostra qualità di vita che dipende da essa (veda gli innalzamenti di temperature nelle grandi città).
D
Quanto è importante il verde nei contesti urbani contemporanei?
R
È importantissimo, spesso viene visto come puramente ornamentale quando invece dovrebbe essere visto come un'infrastruttura.
Per infrastruttura intendo un insieme di corridoi, piste che passano attraverso questo sistema ed ovviamente percepire il verde urbano come corridoio verde è il tema più discusso tra gli addetti ai lavori.
Si intende un corridoio che aumenta la biodiversità mettendo in contatto diversi sistemi verdi attraverso i quali la natura si sposta ingrandendosi e rinforzandosi (per natura intendo la flora, la fauna ma anche il regno dei funghi, dei licheni...).
Tutta questa natura fa bene anche alla nostra salute visto che permette l'abbassamento delle temperature locali, purifica l'aria ed porta altri benefici psicofisici (questo è un corridoio sanitario).
Mi piacerebbe che si cominciasse a parlare anche di verde urbano come corridoio commestibile: una collega che lavora in Svizzera mi raccontò che da quelle parti ci sono molti comuni che hanno cominciato a piantare alberi da frutto affinché ogni cittadino potesse avere a disposizione della frutta gratis. Sarebbe bello riprodurre sistemi di questo genere anche nelle grandi città che produrrebbero a chilometro zero con le amministrazioni che potrebbero organizzarsi per raccogliere i frutti lasciati dai dai cittadini e venderli al mercato locale creando così più lavoro.
D
In che modo i cittadini possono essere coinvolti nella cura e nella valorizzazione degli spazi verdi?
R
Per coinvolgere i cittadini nella cura e valorizzazione degli spazi verdi bisogna fare in modo che si affezionino alle piante del loro quartiere.
Bisogna coinvolgere grandi e piccini durante le campagne di piantagione, lavorare con le scuole ed insegnare ai grandi di domani l'importanza del verde pubblico.
Le amministrazioni pubbliche dovrebbero premiare chi cura il proprio verde urbano migliorando le infrastrutture pubbliche locali e portando più servizi pubblici al quartiere come per esempio le case dell'acqua, parcheggi per le biciclette e organizzando eventi che premino questi comportamenti.
Credo che un sistema verde commestibile come quello descritto prima e applicato in Svizzera possa aumentare ancora di più la cura e la valorizzazione degli spazi verdi, il segreto è dunque quello di cercare di creare forti connessioni tra uomo e natura.
Futuro del paesaggio
D
Come immagina l’evoluzione del paesaggio urbano nei prossimi anni?
R
Un giorno il verde urbano salirà sui muri e sarà obbligatorio sui balconi perché le strade saranno piene di filari ed aiuole pensate per raccogliere le acque piovane, si chiuderanno strade carrabili che saranno dedicate ai pedoni e ai ciclisti con importanti sistemi verdi ma prima di allora nei primi prossimi anni si dovrà lavorare a scale più ridotte.
Sarebbe auspicabile arrivare ad avere una legge sul verde urbano che riservi una percentuale obbligatoria di verde più grande per abitante rispetto ad ora e che si impongano dei parametri sulla qualità del verde, non solo dal punto di vista della qualità delle piante che provengono dal vivaio ma anche sul fattore della biodiversità per metro quadrato.
Ci dovranno essere sistemi di irrigazione garantiti, gli alberi dovranno attecchire, crescere e non essere dei semplici numeri usati per le campagne politiche.
Nel giro di 10 anni in Italia ed in Argentina (dove ora risiedo), mi aspetto che arrivino alcune delle innovazioni che ho descritto finora; tuttavia ci sono paesi molto sviluppati dove ciò è realtà da qualche anno ormai, parlo dei paesi del nord Europa come la Danimarca, la Germania, la Svezia ed altri che ho avuto il piacere di visitare.
D
Quali innovazioni o nuovi approcci stanno cambiando il modo di progettare gli spazi verdi?
R
I sistemi GIS stanno cambiando il modo di pensare i progetti. Sono strumenti molto utili grazie ai quali si possono condividere dati e procedere alla strategia progettuale migliore per il progetto in questione.
Il GIS ci permette di accedere a censimenti di alberi, dimensioni di spazi verdi, densità abitativa per quartiere... dati molto utili quando si deve progettare un grande parco pubblico o redarre piani urbanistici e paesaggistici.
D
Qual è il progetto che sogna di realizzare come paesaggista?
R
Vorrei lavorare per un Parco Nazionale un giorno, mi piacerebbe tantissimo lavorare alla conservazione, recupero delle sue aree; creare spazi per gli animali, le piante quindi per la natura stessa e qualche spazio e percorso per i visitatori umani di modo che possano avvicinarsi ad essa.
Inoltre, nell'area umida del Parco mi piacerebbe disegnare una passerella utilizzando legno di recupero.
Dalle parole di Edoardo emerge una convinzione profonda: progettare il paesaggio significa prima di tutto lasciare spazio alla natura, rispettandone gli equilibri e riconoscendone il valore per la vita delle persone. La scelta delle specie vegetali, la conoscenza del territorio, la riduzione del consumo idrico e la creazione di corridoi verdi diventano così strumenti attraverso i quali immaginare città più vivibili e paesaggi capaci di accogliere una maggiore biodiversità. Ma il suo sguardo si spinge anche oltre la dimensione progettuale, fino al desiderio di lavorare un giorno in un Parco Nazionale, contribuendo alla conservazione degli habitat e alla realizzazione di spazi nei quali gli esseri umani possano avvicinarsi alla natura senza comprometterne gli equilibri. Un sogno che racchiude il significato più autentico del suo percorso: non disegnare semplicemente nuovi spazi verdi, ma costruire luoghi nei quali la natura possa tornare a essere protagonista.
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