Un tordo tra gufi.

Quando facevo la guida naturalistica, mi capitava di frequentare per lavoro guardiaparco o ricercatori naturalisti. Erano persone molto sicure di sé, convinte di aver compreso le problematiche della Terra e di sapere come risolverle, sempre pronte a giudicare le azioni altrui e a condannarle in nome della Natura inviolabilis.
Sebbene facessi parte dello stesso ambiente di lavoro, non mi trovavo del tutto in sintonia con loro: mi sentivo un tordo capitato, non si sa come, in mezzo a un congresso di gufi saccenti.
Sentenziavano:
«Il passaggio umano nei boschi andrebbe limitato a pochi e brevi sentieri segnalati.»
«Le aree pic-nic dovrebbero essere chiuse.»
«Ci dovrebbero essere più multe per chi preleva materiale naturale»
Mi chiedevo perché si dovesse precludere alle persone la possibilità di entrare in contatto diretto con l’ambiente naturale, considerandole a priori dannose; perché escludere la possibilità che possano imparare a rispettare la natura senza rigidi divieti?
Come si fa a rispettare qualcosa senza aver prima imparato ad amarlo? E come si può amare ciò che non si ha modo di conoscere vedendolo, sentendolo, toccandolo?
Si può davvero imparare ad amare la natura se il rapporto con essa è regolato quasi esclusivamente dal divieto?
Portare con sé un piccolo frammento di natura, come un fiore raccolto, può essere un modo per dire: questo luogo mi ha toccato, voglio ricordarlo. Allo stesso modo, quando qualcuno trova un pulcino di merlo tra i cespugli e prova a portarlo a casa per nutrirlo, spesso agisce spinto da un impulso empatico.
Non dimenticherò mai quella volta in cui fui criticata per aver fatto raccogliere ai miei alunni alcuni sassi lungo la sponda di un fiume, che poi feci dipingere. Il mio intento era quello di stimolare la fantasia attraverso un contatto diretto con la natura; per qualcuno, invece, fu un gesto di depauperazione ambientale.
Forse la domanda non è se si debba permettere o vietare ogni gesto, ma come insegnare a distinguere.
Esistono azioni chiaramente dannose: raccogliere specie rare, disturbare i nidi, prelevare organismi vivi dagli ecosistemi. In questi casi il divieto è necessario. Ma esistono anche gesti a basso impatto: raccogliere una pigna già caduta, osservare e poi restituire un oggetto naturale, raccogliere qualche foglia secca per studiarla.
Invece di costruire una relazione con la natura basata solo su ciò che non si deve fare, l’educazione ambientale potrebbe puntare a sviluppare un’etica della responsabilità: capire quando un gesto è innocuo, quando è dannoso e perché.
Forse la questione non è scegliere tra libertà totale e divieto assoluto. La vera sfida è trovare un equilibrio tra tutela degli ecosistemi e possibilità di esperienza. Un bosco non è un supermercato di risorse, ma neppure un museo dove ogni gesto è proibito.
Ricordo la lettura de: La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell (1925-1995). Lo scrittore racconta la propria infanzia fatta di animali nascosti nei barattoli o di gabbiette improvvisate con scatole di fortuna. Non sono gesti che oggi definiremmo corretti, e siamo consapevoli che l’appropriazione della natura può rappresentare una forma di dominanza, lontana da una visione “ecocentrica”. Eppure proprio da quella curiosità imperfetta nacque uno zoologo famoso.
Questo non significa giustificare ogni comportamento, ma ricorda che il rapporto con la natura spesso nasce da un contatto concreto, talvolta ingenuo.
Per questo l’educazione ambientale più efficace non può limitarsi alla proibizione, ma deve nascere dalla comprensione dei limiti ecologici.
Data Pubblicazione 18/03/2026.




