Esistono professionisti che non si limitano a gestire il verde, ma cercano ogni giorno di costruire un rapporto più consapevole tra territorio, comunità e ambiente. In questa intervista incontriamo Giorgia Baldesi, dottore forestale, che attraverso il proprio percorso racconta una visione del verde fatta di pianificazione, sensibilità e cura del paesaggio. Dall’infanzia trascorsa ad osservare la natura insieme alla sua “maestra del verde” fino alla nascita di Alnetum Studio Agronomico, emerge una figura professionale che interpreta il territorio come un organismo vivo da accompagnare nel tempo, attraverso conoscenza tecnica, progettazione e attenzione alle persone.
Presentazione e percorso personale
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Può raccontarci come è nata la sua passione per le foreste e il verde?
R
Il mio percorso nasce da un legame profondo con la terra e da una forte sensibilità verso l'ambiente e il paesaggio. Diventare un dottore agronomo e forestale è stata la naturale evoluzione di questa attitudine. Ho voluto strutturare le mie competenze per offrire servizi di consulenza qualificati ad aziende, associazioni ed enti, specializzandomi nella gestione dei finanziamenti per lo sviluppo rurale (come i bandi PSR, GAL, PNRR e ISMEA) e nella gestione tecnica e agronomica del territorio, dalle produzioni tradizionali toscane fino ai sistemi agricoli più innovativi.
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Qual è stato il percorso di studi e di esperienze che l’ha portata a diventare dottore forestale?
R
Sì, c'è un ricordo d'infanzia molto chiaro a cui sono legatissima. Da bambina, alle elementari, ho avuto una vera e propria 'maestra del verde'. Era un'insegnante straordinaria che non si limitava alle lezioni in classe, ma ci portava spesso fuori, all'aperto, per farci osservare da vicino le piante, gli alberi del territorio e la natura che ci circondava. Quell'esperienza sul campo, fatta di osservazione diretta, curiosità e scoperta, ha piantato in me un seme invisibile. Mi ha insegnato a guardare il paesaggio non come uno sfondo statico, ma come un organismo vivo di cui prendersi cura, tracciando la strada per quella che sarebbe diventata la mia professione.
D
C’è un progetto o un intervento che ricorda con particolare soddisfazione?
R
Ci sono due aspetti del mio lavoro che mi regalano una soddisfazione immensa e a cui sono particolarmente affezionata. Il primo è legato alla didattica con i bambini: per me è stato come chiudere un cerchio, potendo trasmettere ai più piccoli la stessa passione che quella 'maestra del verde' aveva trasmesso a me alle elementari. Il secondo aspetto è l'affiancamento alle piccole e medie realtà nei contesti rurali caratteristici. Ricordo con enorme orgoglio la vittoria del 'Pacchetto Giovani' (PSR) per un giovane pastore all'Isola d'Elba, così come l'apertura di agriturismi guidati da giovani che scelgono di scommettere sul territorio. Aiutare queste realtà a nascere, a strutturarsi e a vincere bandi complessi significa fare qualcosa di concreto per evitare lo spopolamento rurale e valorizzare la nostra storia.
Ruolo e competenze
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In cosa consiste, concretamente, il lavoro di un dottore forestale nella gestione del verde urbano e rurale?
R
Spesso si pensa al dottore forestale come a qualcuno che interviene solo sull'albero singolo, ma la realtà è molto più ampia. Il forestale è prima di tutto colui che sa leggere la crescita e lo sviluppo di un territorio nel lungo termine, applicando al paesaggio la stessa visione lungimirante che si usa per lo sviluppo dei boschi, i cui cicli si misurano in decenni. Questo 'occhio critico', abituato a prevedere le evoluzioni della natura e del tempo, si riflette direttamente nella progettazione. Gestire le aree verdi non significa solo piantare o curare, ma pianificare: capire come una determinata scelta oggi influenzerà l'assetto idrogeologico, la biodiversità e la vita di una comunità rurale o di una città nel futuro.
D
Quali sono le principali differenze tra il lavoro in ambito urbano e quello in ambito forestale?
R
In realtà, l'approccio di fondo non cambia: che si tratti di un bosco isolato o del parco di una città, il verde è sempre un patrimonio e un bene collettivo. A cambiare sono le esigenze specifiche del contesto, ma l'impatto delle nostre azioni — o delle nostre omissioni — segue le stesse identiche regole. La noncuranza, sia in ambito urbano che in foresta, innesca meccanismi a catena distruttivi: degrado, perdita di habitat, malessere per i cittadini, fino ad arrivare a incendi, dissesti idrogeologici e all'aumento delle temperature globali. Il mio lavoro, quindi, ha lo stesso obiettivo ovunque: proteggere quegli equilibri delicati che mantengono in salute l'ambiente in cui viviamo.
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Quali strumenti e metodologie moderne utilizza più frequentemente (droni, software GIS, VTA, ecc.)?
R
Nel mio lavoro non esiste una scelta drastica tra tecnologia e tradizione: la chiave è il connubio tra i due metodi. Utilizzo quotidianamente strumenti moderni, come i software GIS per la cartografia digitale e l'analisi territoriale, che offrono una visione d'insieme fondamentale per la pianificazione a lungo termine. Tuttavia, questi dati rimarrebbero astratti senza il sopralluogo in campo. L'osservazione diretta, l'esperienza visiva, il toccare con mano lo stato delle piante e del suolo sono insostituibili. È proprio questa sinergia — la precisione della tecnologia unita alla sensibilità del lavoro sul campo — che permette di elaborare soluzioni progettuali davvero efficaci e su misura per il territorio.
Ambiente e sostenibilità
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Secondo la sua esperienza, qual è oggi la maggiore minaccia per i nostri boschi e le nostre foreste?
R
La maggiore minaccia oggi è senza dubbio la superficialità della gestione. Purtroppo, nell'immaginario collettivo e spesso anche nelle agende politiche, i boschi vengono considerati solo in due modi: come un parco giochi stagionale — per l'estate, le sciate, la raccolta di funghi e mirtilli — oppure, all'estremo opposto, come una fonte di pericolo legata all'emergenza del momento, che si tratti di frane o di incendi. Manca la cultura della cura ordinaria. È fondamentale iniziare a pensare a questi complessi ecosistemi come a una risorsa viva che deve essere gestita costantemente nel tempo, attraverso una pianificazione seria e lungimirante, e non rincorrendo l'emergenza puntuale quando il danno è ormai fatto.
D
In che modo il cambiamento climatico sta incidendo sulla gestione delle aree verdi e forestali?
R
Il cambiamento climatico impone un ripensamento totale dei nostri ritmi operativi e delle nostre strategie. In primo luogo, assistiamo a un cronico ritardo e a uno stravolgimento dei tempi della gestione ordinaria a causa di stagioni sempre più imprevedibili; gli eventi meteo estremi, inoltre, rendono fisicamente difficili e rischiosi gli stessi sopralluoghi in campo. Ma l'impatto più profondo è ecologico: stiamo vedendo un'alterazione negli equilibri della flora. Le specie più flessibili, rustiche o pioniere spesso riescono a colonizzare e sopravvivere meglio, mettendo in crisi quelle specie che invece costituirebbero il 'climax' del nostro territorio, ovvero lo stadio di massimo equilibrio e stabilità naturale dell'ecosistema. Questo ci costringe a rivedere i modelli di pianificazione, perché i punti di riferimento ecologici del passato stanno cambiando rapidamente.
D
Quanto è importante la biodiversità per la salute degli ecosistemi e quali sono le specie più a rischio?
R
La biodiversità è la vera rete di sicurezza di un ecosistema: più specie diverse ci sono, più quel sistema è resiliente e capace di incassare i colpi del clima che cambia. Collegandoci proprio a quello che dicevamo prima, il rischio più grande oggi è la banalizzazione degli habitat. Quando le specie più aggressive o generaliste prendono il sopravvento a causa degli stress climatici, a farne le spese sono le specie più specializzate, quelle che compongono la vegetazione climax e che custodiscono la vera biodiversità del territorio. Nel nostro contesto, a soffrire maggiormente sono gli ecosistemi più fragili o storicamente legati a un delicato equilibrio gestionale, come i boschi di castagno o le aree umide interne. Se perdiamo la varietà di queste specie, l'intero sistema si indebolisce, diventando molto più vulnerabile a parassiti, malattie e ulteriori dissesti.
Educazione e sensibilizzazione
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Quanto conta l’educazione ambientale nella prevenzione dei problemi legati al verde?
R
Conta tantissimo, perché l'educazione ambientale è l'unico vero antidoto alla superficialità di cui parlavamo prima. Se ci rifletto, la mia stessa storia ne è la prova: se oggi sono un dottore forestale, è perché da bambina ho avuto la fortuna di incontrare quella 'maestra del verde' che ci portava fuori da scuola a osservare le piante del luogo. Educare i bambini non significa fare una lezione teorica in aula, ma portarli a contatto con la terra, insegnare loro a guardare il territorio con curiosità e rispetto. Se insegniamo ai più piccoli a riconoscere il valore di un albero o la complicità di un ecosistema, non avremo bisogno di spiegare loro da grandi perché non bisogna abbandonare un bosco o trascurare un parco urbano. Diventerà un valore naturale, parte della loro identità.
D
C’è un consiglio pratico che darebbe ai cittadini per prendersi cura degli alberi e delle aree verdi?
R
Il mio consiglio più grande è apparentemente semplice, ma rivoluzionario: soffermarsi a guardare. Troppo spesso le persone danno per scontato il verde che le circonda. Camminiamo sotto gli alberi della nostra città o attraversiamo un sentiero pensando a tutt'altro, senza accorgerci di ciò che accade sopra le nostre teste. Imparare a osservare significa notare se un albero sta cambiando colore fuori stagione, se ha rami secchi, se ospita della fauna o se sta soffrendo il caldo. Già solo non dare per scontata la presenza di una pianta, ma riconoscerla come un essere vivente che respira e cresce insieme alla città, cambia radicalmente il nostro modo di rispettarla. La cura parte sempre dallo sguardo.
D
Come possono i comuni e le scuole collaborare con i dottori forestali per creare una cultura del verde?
R
I comuni dovrebbero coinvolgerci non solo per le perizie d'urgenza, ma nella pianificazione urbanistica strategica. Le scuole, d'altro canto, possono aprire le porte a progetti di didattica sul campo. Noi professionisti possiamo fare da ponte, trasformando i regolamenti comunali del verde in laboratori all'aperto per i ragazzi, insegnando loro che il territorio è un bene comune da progettare insieme.
Prospettive future
D
Quali innovazioni tecnologiche o metodologiche potranno rivoluzionare la gestione del verde nei prossimi anni?
R
La vera rivoluzione sarà la capacità di integrare i dati predittivi dei software GIS e della sensoristica avanzata con la pianificazione climatica. Strumenti che ci permetteranno di capire in anticipo come reagiranno i boschi e le alberature urbane agli stress idrici e termici, permettendoci di passare definitivamente da una gestione dell'emergenza a una cura predittiva.
D
Cosa si augura per il futuro delle città italiane in termini di verde urbano e alberature?
R
Mi auguro che le città smettano di considerare gli alberi come semplici elementi di arredo o ostacoli al traffico, e inizino a vederli come vere e proprie infrastrutture verdi indispensabili per la salute pubblica. Spero in città più resilienti, capaci di integrare l'agricoltura e la forestazione urbana per abbattere le temperature e migliorare la qualità della vita.
D
Qual è il sogno professionale che vorrebbe realizzare?
R
Il mio sogno professionale si sta concretizzando proprio adesso: da pochissimo ho inaugurato il mio studio a Fucecchio, l'Alnetum Studio Agronomico, una realtà di cui vado profondamente fiera. Siamo un team giovane che vuole cambiare le regole del gioco: il nostro obiettivo non è solo seguire il singolo bando europeo, ma prendere per mano gli imprenditori e accompagnarli in scelte strategiche e lungimiranti. Inoltre, ci stiamo occupando di indoor e outdoor design, proprio perché siamo convinti che il verde debba entrare nell'ottica popolare. Oggi l'agronomo deve essere più 'POP': dobbiamo far capire che la natura è un elemento di benessere quotidiano che appartiene a tutti. Se volete scoprire questo nuovo modo di raccontare il territorio e il design, vi invito a seguire la nostra pagina Instagram Alnetum Studio Agronomico: lì mostriamo ogni giorno come il verde possa trasformare i nostri spazi e le nostre vite!
Nel corso dell’intervista emerge con forza un concetto centrale: il verde non può più essere considerato un semplice elemento decorativo, ma una vera infrastruttura essenziale per il futuro delle città e delle aree rurali. Tra cambiamenti climatici, tutela della biodiversità, gestione sostenibile e necessità di educazione ambientale, le parole di Giorgia restituiscono una visione ampia e concreta del ruolo del dottore forestale nella società contemporanea. Una professione che oggi richiede capacità di pianificare, ascoltare il territorio e creare connessioni tra tecnologia, paesaggio e comunità. Perché la cura del verde, prima ancora che un intervento tecnico, è una scelta culturale che riguarda tutti noi.
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